domenica 24 giugno 2012

Se torna la Lira, quanto vale? Ecco una stima



Se l'Euro crollasse e tutti i Paesi dovessero tornare alle proprie monete, quanto varrebbero Lira, Dracma, Pesetas, Marco? 

Per tentare di fare una stima è molto utile osservare l'andamento dei bond europei: secondo molti un'esplosione dell'Euro comporterebbe nei Paesi periferici dell'area (quelli con il debito pubblico più alto e traballante, ovvero Spagna, Portogallo, Irlanda e Italia) un'esplosione dei rendimenti dei bond, riportandoli ai livelli pre-euro. Questo però a fronte di un marco molto più potente di allora e che sarebbe dunque ancora di più la moneta di riferimento per i cambi.

Tentiamo di fare delle stime. Nel 1993 - come evidenziato in un'analisi di John Greenwood, chief economist di Invesco - i Bund a 10 anni pagavano il 6,5%, i rispettivi Btp il 10,8%, i Bonos il 9,9%, gli Oat francesi il 6,45%, i bond del Portogallo il 10,57% e i bond di Dublino il 7,3%. Livelli certamente superiori a quelli attuali dove impressiona il tasso della Germania che oggi invece paga sugli stessi titoli l'1,4% nominale. Se però ci spostiamo a fine 1997 (quindi sempre nella fascia temporale pre-euro) il quadro cambia profondamente. I Bund tedeschi pagavano il 5,5%, i BTp il 6,1%, i Bonos il 5,9%. Tra il 5,5% e il 6% anche i titoli di Francia, Portogallo e Irlanda. Ci si avviava alla stabilizzazione delle varie monete, che oggi per forza di cose non potrebbe più essere. La Germania si è rafforzata parecchio, a tal punto che oggi paga i suoi bond quasi all'1% mentre dieci anni fa li pagava al 6% e questo a fronte di altri Paesi, come Italia, Spagna, Grecia, Irlanda, che sono rimasti stabili o hanno fatto il processo inverso.

Ma è proprio dall'andamento dei bond e dai loro differenziali nel periodo pre-euro che possiamo fare una stima (seppure approssimativa) di quanto varrebbero Lira, Dracma, Pesetas, ecc. 


Prendiamo la Lira italiana, ad esempio. Nel 1996 un Marco tedesco valeva 990 Lire. Nel 1998 quando venne stabilita la parità tra le monete della zona Euro valeva più o meno mille lire, ma a ottobre del 1992 valeva ben 1300 lire. E' probabile che oggi, se si tornasse a monete separate, con un Marco ancor più forte di allora e una Lira leggermente più debole, ci vorrebbero più o meno 2mila lire per fare un Marco.

Per quanto riguarda la Spagna, nel 1993 pagava sui suoi bonos un tasso dell'8,9% contro il 6,5% dei Bund. Nel dicembre del 1997 la Spagna pagava sui Bonos un tasso del 5,97% contro il 5,45 della Germania, oggi paga il 5,33% contro l'1,18 della Germania. Questo vuol dire che se nel 1998 quando fu fissata la parità delle monete un marco valeva 85 Pesetas, oggi ne varrebbe almeno 250.

La Francia nel 1993 pagava sui suoi Oat il 6,54% di interessi, molto vicino al tasso tedesco nel 6,5%. Nel 1997 questi tassi si erano ridotti al 5,4% mentre oggi sono intorno al 2,8, più o meno un punto percentuale sopra agli interessi tedeschi. Questo vuol dire che se nel 1998 quando fu fissata la parità delle monete un Marco valeva circa 3 Franchi francesi, oggi ne varrebbe almeno 4 o 5.

Per quanto riguarda la Grecia, al momento dell'entrata nell'Euro il Marco valeva 174 Dracme. Adesso si potrebbe calcolare che ne varrebbe cinque volte di più. Stessa storia per l'Escudo Portoghese e la Lira irlandese: Portogallo e Irlanda sono gli unici Paesi che oggi pagano un'interesse sui propri bond più alto di 15 anni fa. Ciò significa che, se si tornasse alle monete nazionali, anche Escudo e Lira sarebbero molto svalutate. Allora se nel 1998 un Marco valeva 102 Escudi e 0,40 Lire irlandesi ora varrebbe almeno 400 Escudi e 2 Lire irlandesi. 



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Fonte: BlitzQuotidiano.it

mercoledì 6 giugno 2012

Draghi: le mosse del governatore per scongiurare il crollo dell'unione



Banche spagnole in cerca di un salvataggio. Elezioni greche che minacciano l'eurozona. Dibattito sull'Unione fiscale europea che divide rigoristi e difensori delle misure pro-crescita.
In questo contesto incerto e pieno di insidie, l'Europa politica trattiene il fiato, mentre milioni di europei ascolteranno con speranza l'atteso intervento di Mario Draghi, il "super Mario" che da novembre guida la Banca centrale europea. E che ha già dimostrato di saper sorprendere i mercati con provvedimenti inattesi. Il copione si ripeterà anche oggi? Riuscirà Supermario a incidere sul futuro dell'Unione? O le sue parole saranno transitorie, istituzionali e tradiranno le (forse eccessive) aspettative della vigilia?

I precedenti di "super Mario"
Mario Draghi è alla guida della Bce da novembre. La prima mossa, appena insediato, è stata quella di ridurre i tassi di interesse all'1%. Allora sorprese tutti gli analisti, che avrebbero scommesso sul fatto che il taglio sarebbe arrivato a dicembre. Poche settimane dopo, Draghi ha di nuovo sorpreso tutti "inventandosi" il prestito Ltro, un "quantitative easing" in salsa europea: di fatto, un modo per offrire capitali alle banche al tasso agevolato dell'1% per tre anni. E per distribuire 1.000 miliardi di euro destinati all'economia reale (almeno sulla carta). Da soli, questi due precedenti giustificano l'attenzione verso quello che dirà oggi l'ex governatore della Banca d'Italia.

L'Europa al bivio e le tre incognite per Draghi
In pochi vorrebbero essere al posto di Draghi in questo momento. Guida un'istituzione autorevole, cui però mancano pieni poteri in fatto di politica economica europea. Ma nello stesso tempo con le sue parole e le sue azioni può indurre i decisori (politici) a creare quell'unione fiscale che sembra poter garantire un futuro stabile all'Europa. E tutto questo Draghi lo deve fare con cautela, facendosi spazio tra almeno tre minacciose incognite.

Giugno: il mese "infernale" per l'Euro
La prima: l'esito delle elezioni politiche in Grecia il prossimo 17 giugno, che potrebbero mettere a rischio la tenuta dell'Eurozona (nel caso dalle urne emergesse una maggioranza anti-europeista). La seconda: il salvataggio delle banche spagnole, al momento senza soluzione (europea). Se il destino degli istituti spagnoli sarà affidato a Madrid, aumenterà il deficit della Spagna. Il "fiscal compacct" perderà ulteriormente credibilità. E l'euro poggerà sempre più su basi d'argilla. La terza incognita, quella che oggi appare più decisiva, riguarda gli esiti del prossimo vertice europeo del 28-29 giugno: due giorni in cui i capi di governo dovranno passare dalle parole (tante) alle azioni (fin qui poche e contrastanti). Per iniziare un cammino che porti a proposte concrete capaci di garantire una maggiore stabilità dell'area euro. Magari in cambio di un allentamento sul fronte del "rigore a tutti i costi". E della rinuncia di una parte della sovranità nazionale.


Draghi: che fare?
Che cosa farà, in questo contesto, il governatore della Banca centrale europea? Lascerà i tassi fermi mettendo in atto una strategia "wait and see", tenendosi per luglio la "cartuccia" del taglio del denaro? O sceglierà di tagliarlo subito? Se lo facesse, sarebbe un taglio storico: la Bce non è mai scesa sotto la soglia dell'1%. Il taglio sarebbe un segnale a chi – come i banchieri e i politici di Francoforte – chiedono "garanzie reali da parte dei governi dell'Eurozona per rimuovere le cause della crisi del debito sovrano".
Dall'agenda di "super Mario" potrebbe uscire anche un nuovo Ltro. Gli analisti non lo escludono, ma pochi ci scommettono: lo stesso Draghi ha recentemente spiegato che i primo 1.000 miliardi "non sono ancora entrati del tutto in circolo nell'economia reale". Però il governatore potrebbe confermare liquidità illimitata per le banche, nell'ambito delle operazioni di rifinanziamento. E sempre sul fronte "liquidità" Draghi potrebbe annunciare un nuovo piano di acquisti di titoli di Stato sul mercato secondario, per allentare la tensione sugli spread di Italia e Spagna, che hanno ripreso a correre. Non a caso, da 4 mesi la Bce non opera sul mercato secondario per acquistare BTp o Bonos.

Verso la riforma della Bce
Ma forse l'annuncio più atteso riguarda quello relativo a una riforma della Bce. Draghi potrebbe svelare un piano politico per dare più poteri alla Banca centrale europea, per renderla più simile alla Federal reserve statunitense. Infine, Draghi potrebbe dar corpo ai rumors che da giorni alimentano le ipotesi sulla nascita di un'unione bancaria europea che possa salvare le banche avendo accesso al nuovo fondo europeo Esm (al via a luglio).
La Spagna potrebbe così trovare i 40 miliardi di euro necessari a salvare gli istituti iberici in crisi. Ma, soprattutto, l'unione bancaria sarebbe un primo passo per far crollare le resistenze tedesche verso la nascita degli Eurobond. Le trattative – già in corso – potrebbero finalmente sfociare verso un accordo capace di spostare in avanti gli orizzonti dell'Unione Europea.

Restiamo in attesa...

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Fonte: Sole24Ore

domenica 10 aprile 2011

News dal mercato valutario


La Banca centrale europea, anticipando gli altri Istituti, ha alzato i tassi
dello 0.25% portando il tasso di riferimento dall'attuale 1,0% al'1,25%
Le indicazioni di Trichet vanno nella direzione di tassi ancora accomodanti per cui la decisione di portare il tasso di riferimento all’1,25% non rappresenta l'inizio di un ciclo restrittivo. Le motivazioni dell’attuale movimento al rialzo sono legate ai rischi sull'inflazione in presenza di un forte rialzo dei prezzi delle commodity ed evitare gli effetti di secondo livello (trasferimento ai salari della corsa dei prezzi).

Giovedì la Banca del Giappone ha confermato una politica accomodante.
A metà giornata sempre di giovedì la Banca d’Inghilterra ha lasciato i tassi di interesse di riferimento invariati allo 0,5% e non ha modificato il programma di quantitative easing, che è quindi rimasto invariato a 200mld di gbp. Le decisioni sono in linea con le aspettative e non cambiano le attese un movimento di rialzo dei tassi dall’attuale livello minimo record.

La Fed è intenzionata a completare il suo piano di acquisto di titoli per 600mld di usd nonostante alcuni membri vedano miglioramenti in atto sul ciclo economico e che giustificano una stretta monetaria già nel corso del 2011. A questa impostazione altri membri sembrano voler proseguire lungo la strada di una politica di tassi bassi e quindi accomodante per l’anno in corso. Il mercato non crede molto ad una stretta imminente con le quotazioni dei future fed fund che indicano un tasso implicito sotto lo 0,30 per tutto il 2011.

L'euro si conferma sui massimi da 15 mesi sul dollaro e degli ultimi 11 mesi contro lo yen supportato dalla Bce che, dopo il rialzo dei tassi di , mantiene le aspettative di ulteriori interventi restrittivi. Sul dollaro pesano negli ultimi giorni i contrasti politici negli Usa tra Casa Bianca e Congresso sull'approvazione del budget per i prossimi sei mesi. Lo yen resta debole.

Il cambio Eur/Usd, il cross si è portato sui massimi di 1,44 mantenendo inalterata la tendenza rialzista: scambia sopra la trendline che unisce i minimi crescenti a partire dallo scorso gennaio e che rappresenta un importante supporto dinamico collocato intorno a 1,415 punti. Violati i massimi dello scorso novembre in area 1,43 con il cross che è alla ricerca di livelli di consolidamento.
Prosegue la tendenza rialzista del cross Eur/Jpy che si è portato a ridosso dei 123 punti dopo la violazione della resistenza dell’area 115 punti (parte alta del canale laterale di medio periodo compreso tra i 107 ed i 115 punti). Gli oscillatori iniziano a segnalare livelli di ipercomprato con l’Rsi a 76. La debolezza della divisa giapponese è confermata anche dall’andamento del cross del Usd/Jpy che si è riportato sopra gli 85 punti.
Resta sui massimi di periodo il cross Eur/Gbp che si conferma anch’esso all’interno di una tendenza rialzista ormai in atto da metà febbraio e che ha avuto come base di consolidamento area 0,83 punti. Dal punto di vista tecnico il tasso di cambio è sempre all’interno di un canale laterale ascendente posizionato sopra la media mobile di breve periodo: da monitorare la resistenza collocata a 0,89-0,8950 che rappresenta i massimi dello scorso ottobre.

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Fonti: Reuters ; Bloomberg; BNL gruppo BNP Paribas

giovedì 6 gennaio 2011

Stiglitz vs Euro



L'euro è morto, lunga vita all'euro. Il 2011 è appena iniziato, ma non si placa il nervosismo sulla moneta unica. "L'euro potrebbe scomparire dalla circolazione, se non verranno prese misure volte ad assicurarne la stabilità nel lungo termine". E' il monito che ha lanciato il Premio Nobel all'economia, Joseph Stiglitz, in una intervista al quotidiano francese Liberation. "I fondi creati dai governi rappresentano solo un sollievo temporaneo per i piccoli Paesi in difficoltà", ha spiegato Stiglitz, sottolineando che "la situazione dei conti pubblici di Paesi più grandi, come l'Italia e la Spagna, resta precaria". Quindi, secondo il Premio Nobel, "senza politiche appropriate per raggiungere una stabilità finanziaria sostenibile nel lungo termine, l'euro potrebbe non sopravvivere".E in effetti la moneta unica sta vivendo nuove giornate di passione arrivando a toccare quota 1.31 contro il dollaro.
"L'euro batte in ritirata quando il mercato supporta meno il rischio", osserva Harada (Mizuho Corporate Bank): "Dall'inizio dell'anno, non ci sono notizie negative sulla crisi del debito in Europa, ma le preoccupazioni persistono". E in effetti dopo il "sussulto" che lo ha spinto sopra quota 1,34 per la prima volta da dicembre, l'euro ha ripreso a scendere contro il dollaro e si è portato stamattina a 1,3110.
Anche Pazzaglia (Banca Insinger) è convinto che a dettare il passo sull'euro saranno gli sviluppi della crisi del debito che incombe nel Vecchio Continente. "La direzionalità dell'euro risulta attualmente molto legata alla situazione dei debiti sovrani dei paesi periferici dell'area euro".
Nella prima fase dell'anno il dollaro potrà ancora godere di forza relativa: saranno le notizie relative all'instabilità sui paesi periferici a rafforzare il biglietto verde nella prima parte dell'anno, mentre nella seconda metà del 2011, osserva il gestore, le tensioni inflazionistiche dell'area euro potranno indurre la Banca Centrale Europea ad attuare misure restrittive e spostare così il favore degli investitori nei confronti dell'euro. Una mossa che potrebbe favorire il recupero della moneta unica.
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Fonte: Finanza.com

mercoledì 30 giugno 2010

LA VIA CINESE ALLA RIVALUTAZIONE


La Cina ha fissato un nuovo tasso di cambio con il dollaro ed ha annunciato che nel futuro gestirà il renminbi in modo più flessibile nei confronti di un paniere di valute. La decisione avrà conseguenze per l’economia mondiale, ma soprattutto avrà conseguenze per la Cina.

Confermando la volontà di lasciare che la propria valuta si apprezzi gradualmente, la Cina ha fissato il tasso di cambio di riferimento di 6,7980 per un dollaro.

Con quali conseguenze per la Cina?
Guardando a esperienze simili di altri paesi, si può prevedere che non ci sarà un crollo della crescita, nè si avranno cadute della borsa o maggiori rischi di crisi bancarie.
Vedremo, probabilmente, un rallentamento della crescita che, comunque, può essere evitato con opportune misure a sostegno dei consumi delle famiglie.
E se saranno soprattutto i beni importati a beneficiarne, si tratterà del contributo cinese al riequilibrio globale.


UN CAMPIONE DI RIVALUTAZIONI

Assumiamo che Pechino consenta ora al renminbi di apprezzarsi: quali saranno gli effetti
sull’economia cinese?
Alcuni temono che possa derivarne una brusca frenata della crescita cinese, con effetti negativi sulle esportazioni e i mercati finanziari. Ricordano il caso dell’apprezzamento dello yen negli anni Settanta, e poi di nuovo negli anni Ottanta, seguito prima da una brusca frenata della crescita giapponese e poi dal “decennio perduto”.
Altri sostengono che questi timori sono esagerati e notano che l’apprezzamento del renminbi nel 2005-08 ha avuto un impatto minimo sulle esportazioni e la crescita cinese. L’obiezione è che in quel caso l’apprezzamento della moneta è stato così limitato per durata e grandezza – il renminbi si è rivalutato sul dollaro solo del 7% l’anno e anche questo minimo apprezzamento si è fermato dopo tre anni – che non è possibile trarre conclusioni generali da quell’esperienza. Inoltre, il contesto nel quale si è verificato l’episodio del 2005 era particolare: l’economia mondiale era in piena crescita e la stessa economia cinese si trovava in una posizione eccezionalmente forte. Si sarebbe trattato, dunque, di un episodio sui generis.

Sarebbe invece interessante disporre di un campione più ampio di episodi analoghi da cui trarre conclusioni.
Quali i possibili effetti di un abbandono da parte della Cina del suo attuale regime di tasso cambio, di fatto fisso, in favore di una ripetuta rivalutazione della moneta?

È in effetti possibile costruire un campione di altre rivalutazioni, sebbene il data set sia relativamente piccolo. Abbiamo identificato ventisette esempi nei quali un cambio fisso è stato abbandonato e la moneta rivalutata nell’anno successivo contro il dollaro oppure contro gli Sdr (i diritti speciali di prelievo dell’Fmi). Molti di questi esempi sono avvenuti nel periodo vicino alla fine del sistema di Bretton Woods, nei primi anni Settanta, sebbene se ne possano trovare un certo numero di altri negli anni successivi: Guinea Equatoriale nel 1979, Mozambico nel 2004 e Malesia nel 2005.

Il tasso medio di rivalutazione nel primo anno non è molto lontano dal 7% medio della Cina nel periodo 2005-2008.

Che cosa ci dicono i dati? Il tasso annuale medio di crescita del Pil rallenta di 1 punto percentuale tra i cinque anni precedenti la rivalutazione e i cinque anni successivi. Poiché i paesi che hanno abbandonato il tasso fisso nei cinque che hanno preceduto il mutamento di politica registravano una crescita più veloce di altri – di 1,5 punti percentuali l’anno in media – è difficile dire se il rallentamento è una correzione salutare per evitare un surriscaldamento dell’economia oppure qualcosa di diverso. Un elemento coerente con l’ipotesi del surriscaldamento è il fatto che questi paesi in quello stesso periodo erano caratterizzati da un’inflazione più alta. Il loro tasso di inflazione era più alto di circa 5 punti percentuali, una differenza troppo grande per essere spiegata con l’effetto Balassa-Samelson.

Quello che è importante notare comunque è che non c’è nessun crollo della crescita.
La rivalutazione non condanna l’economia a un “decennio perduto” di stile giapponese. Più in generale, troviamo scarsa evidenza di danni economici o finanziari come conseguenza della rivalutazione.
Non c’è alcun aumento dell’incidenza di crisi bancarie o finanziarie.
Non c’è alcuna evidenza di una significativa caduta della borsa.
Non c’è alcuna evidenza di un peggioramento della bilancia di parte corrente.
Non c’è alcuna evidenza di una significativa caduta del tasso di investimento.
Così come non si registra alcun effetto su una quantità di altre variabili economiche e finanziarie. Mentre il tasso di crescita delle esportazioni scende dal 9,5 per cento al 5,5 per cento annuo, il tasso di crescita delle importazioni rallenta di circa la stessa misura.


ATTENZIONE AI CONSUMI DELLE FAMIGLIE

Che cosa spiega allora più direttamente la riduzione del tasso di crescita? Poiché esportazioni e importazioni rallentano nella stessa misura, la risposta non è il contributo delle esportazioni nette.
Né si registrano cambi significativi nel tasso di crescita di investimenti e spesa pubblica. Piuttosto, si registra un significativo rallentamento nella crescita dei consumi delle famiglie, sia di beni importati sia di beni prodotti all’interno del paese (tutto in relazione al loro precedente tasso di crescita, naturalmente).

Di nuovo, potrebbe rivelarsi un aggiustamento salutare verso tassi di crescita più sostenibili, che permetta di evitare un surriscaldamento dell’economia. Ma può anche darsi che il rallentamento avrebbe potuto essere evitato del tutto se il governo avesse aumentato la spesa pubblica oppure avesse preso misure destinate a incoraggiare i consumi delle famiglie, come la liberalizzazione dei mercati finanziari o lo sviluppo di una rete di sicurezza sociale.

Quali sono dunque le conseguenze che la Cina di oggi deve aspettarsi? L’esperienza di altri paesi offre ben pochi motivi per pensare che una rivalutazione possa avere effetti seriamente negativi per la sua economia. Indica però la possibilità di un rallentamento della crescita.
Se le autorità vogliono limitare i rischi di un rallentamento eccessivo, possono mantenere inalterato il livello di spesa pubblica e raddoppiare gli sforzi per favorire la crescita dei consumi privati: se maggiore spesa interna significa anche maggiore spesa per beni importati, questo sarà il contributo cinese al riequilibrio globale.

Bye

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Fonte: La voce.it